Nel primo pomeriggio di lunedì 18 novembre 2025 milioni di utenti in tutto il mondo hanno avuto difficoltà ad accedere a X (l’ex Twitter) e ad altri siti e servizi online. Pagine che non si caricavano, app bloccate, messaggi di errore continui: per diverse ore una parte del web è risultata di fatto irraggiungibile.
Secondo le prime ricostruzioni, i problemi sarebbero collegati a un guasto su Cloudflare, uno dei principali fornitori globali di servizi di rete e sicurezza, da cui dipende una quota enorme del traffico internet mondiale.
X in blackout globale: prime segnalazioni e numeri del disservizio
Le prime segnalazioni di malfunzionamento su X sono arrivate nel primo pomeriggio: il sito di monitoraggio Downdetector ha registrato il primo picco di segnalazioni alle 14:32 (ora turca), con un rapido aumento dei problemi riportati sia in Europa sia negli Stati Uniti.
In breve tempo:
- utenti in Turchia, Europa e Nord America hanno iniziato a lamentare l’impossibilità di caricare la bacheca, pubblicare post o effettuare il login;
- negli USA le segnalazioni hanno superato quota 10.000 nel giro di poco tempo;
- la piattaforma è risultata inaccessibile anche da diversi Paesi europei.
Non è la prima volta che X sperimenta un blackout di queste dimensioni: già il 10 marzo la piattaforma era andata ko per diverse ore. In quell’occasione un gruppo di hacker chiamato Dark Storm Team aveva rivendicato un attacco DDoS, sostenendo di essere responsabile dell’interruzione; X aveva registrato più crolli nel corso della stessa giornata.
Non solo X: problemi di accesso anche ad altri siti
In parallelo al down di X, molti utenti hanno iniziato a segnalare difficoltà di accesso ad altri siti web e servizi online. Pagine lente o completamente irraggiungibili hanno fatto pensare fin da subito a un problema a monte, non limitato a una singola piattaforma.
Le ipotesi si sono concentrate rapidamente su Cloudflare, che ha confermato di essere a conoscenza di un guasto e di essere al lavoro per ripristinare il corretto funzionamento della propria infrastruttura.
Chi è Cloudflare e perché un suo guasto “si sente” in tutto il mondo
Cloudflare è una delle principali aziende al mondo nel settore delle infrastrutture internet. Tra i suoi servizi principali:
- CDN (Content Delivery Network), che distribuisce i contenuti dei siti in modo rapido nelle varie aree geografiche;
- sicurezza e protezione da attacchi DDoS;
- DNS e servizi di rete per milioni di siti e applicazioni.
Poiché una parte consistente del traffico globale passa dai suoi server, un malfunzionamento nella rete di Cloudflare può causare:
- rallentamenti,
- errori di connessione,
- vera e propria impossibilità di accesso a migliaia di siti contemporaneamente, in diverse parti del mondo.
È esattamente quello che è accaduto il 18 novembre: l’interruzione o il degrado del servizio su Cloudflare ha avuto un effetto domino, rendendo irraggiungibili servizi molto diversi tra loro ma accomunati dall’uso della stessa infrastruttura.
Una fragilità già vista: i precedenti con altri grandi provider
Situazioni simili si sono verificate anche in passato con altri grandi operatori dell’infrastruttura internet, come Amazon Web Services (AWS), Fastly o Akamai: un singolo problema tecnico in uno di questi “snodi” ha generato, in più occasioni, blackout su scala globale per social network, piattaforme di e-commerce, servizi di streaming e siti istituzionali.
Questi episodi mettono in luce una fragilità strutturale:
- sempre più servizi digitali si appoggiano a pochi grandi fornitori;
- quando uno di questi ha un guasto, l’impatto si propaga a catena su moltissimi siti e app;
- utenti e aziende, spesso inconsapevoli di questa dipendenza, si trovano improvvisamente senza strumenti su cui contano ogni giorno.
Cosa significa per utenti e aziende
Per gli utenti, il down di X e di altri siti si traduce “solo” in disagi e frustrazione: impossibilità di comunicare, lavorare, consultare notizie, accedere a servizi essenziali.
Per le aziende, invece, ogni ora di blackout può significare:
- perdita di fatturato (e-commerce, servizi online a pagamento, pubblicità);
- danni reputazionali, se gli utenti non capiscono se il problema è del singolo sito o dell’infrastruttura;
- la necessità di ripensare le proprie strategie di ridondanza e sicurezza, per non dipendere da un unico fornitore.
L’episodio del 18 novembre conferma quanto sia importante, per chi gestisce servizi sul web, investire non solo in nuove funzioni, ma anche in:
- piani di emergenza,
- sistemi alternativi o multipli di distribuzione dei contenuti,
- trasparenza nella comunicazione in caso di crisi.
Conclusione
Il blackout che ha colpito X e numerosi siti web il 18 novembre non è stato solo un temporaneo disagio per chi non riusciva a scrollare la timeline: è l’ennesimo segnale di quanto il nostro ecosistema digitale sia centralizzato e vulnerabile.
Finché la rete globale continuerà a poggiare su pochi grandi pilastri infrastrutturali, ogni loro passo falso – un bug, un guasto, una configurazione errata – avrà inevitabilmente ripercussioni su milioni di persone in contemporanea. E questo rende il tema della resilienza di internet tutt’altro che astratto.



