L’intelligenza artificiale è ormai parte integrante della quotidianità: non solo “dietro le quinte” di app e servizi digitali, ma anche come strumento che molti usano attivamente su smartphone e computer per informarsi, studiare, lavorare e creare contenuti. Eppure, mentre la presenza dell’IA viene percepita sempre di più e l’adozione accelera, emerge un dato che fotografa un Paese ancora diviso: solo il 33% degli italiani si sente competente nell’utilizzo dei servizi basati su IA.
È quanto emerge da un’indagine condotta su 2.000 italiani (18-74 anni) a settembre 2025, all’interno di un progetto europeo che ha analizzato percezione, utilizzo, fiducia e aspettative sull’IA. Il quadro è chiaro: l’IA avanza, ma la sensazione di “saperla usare davvero” resta una barriera per molti.
L’IA si percepisce di più: media e informazione in testa
La prima evidenza riguarda la percezione della presenza dell’IA nei diversi ambiti della vita. Rispetto al 2024, la consapevolezza cresce in quasi tutte le aree.
A fare da traino è il mondo di informazione e media: 3 persone su 4 (75%) ritengono l’IA abbastanza o molto presente, in aumento rispetto all’anno precedente. Non sorprende: oggi strumenti di ricerca avanzata, assistenti conversazionali e funzioni di sintesi o generazione contenuti sono diventati normalità.
Ma l’IA si avverte sempre di più anche in altri settori: acquisti, intrattenimento, cultura, e soprattutto in aree come formazione/istruzione, salute e benessere, sport e comunicazione, che risultano tra quelle con l’aumento più netto nel “percepito”.
Il nodo competenze: solo 1 su 3 si sente “qualificato”
La crescita della percezione non coincide con un’adeguata crescita delle competenze. Ed è qui che si apre un divario importante.
- Solo il 33% degli italiani si sente in grado di usare gran parte dei servizi IA in modo competente.
- Il dato è più basso rispetto alla media europea (10 Paesi dell’indagine).
Il gap generazionale è marcato:
- tra gli over 60 non attivi professionalmente, solo il 19% si sente adeguatamente preparato;
- tra i 18-26enni, la quota sale al 56%.
In pratica: l’IA diventa più presente, ma non tutti hanno gli strumenti per comprenderla, valutarla e sfruttarla senza rischi.
IA generativa: +20% in un anno, ma cala la soddisfazione
L’adozione dell’IA generativa (quella di tool capaci di creare testi, immagini, video o audio a partire da un prompt) cresce in modo molto rapido:
- la usa il 48% degli italiani, con un balzo di +20% rispetto al 2024;
- nel 14% dei casi l’utilizzo è frequente o quotidiano.
C’è però un dettaglio interessante: la soddisfazione scende. Solo il 55% si dichiara contento dei risultati, in lieve calo rispetto all’anno precedente. Un segnale che può indicare un passaggio di maturità: dopo l’entusiasmo iniziale, molte persone iniziano a notare limiti, errori e necessità di verifica.
Qui entra in gioco un punto chiave: l’IA non è una fonte di verità, e può produrre risposte imprecise, “allucinazioni” o contenuti convincenti ma sbagliati. Per questo aumenta l’importanza di usare questi strumenti come supporto, non come sostituti del pensiero critico.
Impatto sulla vita quotidiana: più “nessun effetto” che benefici
Quando si chiede quale impatto l’IA abbia avuto davvero sulla vita delle persone, la risposta più frequente resta: “nessuno”.
- 53%: nessun impatto percepito
- 34%: effetti positivi
- 13%: effetti negativi
Il tema che divide di più è quello dell’informazione:
- 43% vede un effetto positivo sulla qualità dell’informazione,
- 26% lo considera negativo, soprattutto per rischi legati a errori, manipolazione e deepfake.
Sul lavoro, invece, la maggioranza (68%) non percepisce ancora effetti. Ma questo dato convive con un altro elemento: le aziende stanno accelerando e l’uso dell’IA nel tessuto produttivo aumenta, anche se l’Italia appare ancora indietro rispetto ad altri Paesi UE.
Fiducia e timori: più preoccupazioni che speranze
L’atteggiamento verso l’IA resta ambivalente: tra utilità e inquietudini. Le principali aree di tensione sono:
- Disinformazione e manipolazione: molti temono che l’IA renda più facile influenzare l’opinione pubblica e diffondere falsità.
- Privacy e sicurezza dei dati: cresce la preoccupazione per l’uso, l’analisi e la combinazione di informazioni personali.
- Discriminazioni e decisioni automatizzate: c’è timore che algoritmi possano generare esclusioni o penalizzazioni.
- Impatto sul lavoro: una quota significativa crede che l’IA possa togliere più posti di lavoro di quanti ne crei.
- Impatto ambientale: l’IA è vista come strumento utile per ottimizzare risorse, ma con un costo energetico elevato legato ai data center.
In questo scenario, la fiducia rimane fragile: molte persone non si sentono rassicurate né dall’uso che ne fanno le aziende né dai controlli pubblici. E quando la fiducia è bassa, cresce il rischio di due reazioni opposte: rifiuto totale o utilizzo ingenuo.
La vera priorità: formazione e consapevolezza
Se c’è un messaggio che emerge con forza, è questo: l’IA non è solo tecnologia, è alfabetizzazione. Servono competenze diffuse per:
- capire cosa può fare davvero un sistema IA,
- riconoscere errori e manipolazioni,
- proteggere i propri dati,
- usarla in modo utile nel lavoro e nella vita quotidiana.
Perché l’IA continuerà a crescere — ma il punto, oggi, è assicurarsi che cresca con le persone, non al posto loro.



